Il burro di karité serve a nutrire la pelle e a lasciare in superficie un velo di grassi che rallenta l’evaporazione dell’acqua. È un emolliente vegetale solido, e la sua caratteristica più interessante è una piccola frazione che negli altri grassi vegetali quasi non esiste. Il punto che nessuna etichetta racconta è che la composizione del karité cambia molto da una provenienza all’altra, al punto che sotto lo stesso nome si trovano grassi che sulla pelle si comportano in modo diverso. Qui sotto trovi di che cosa è fatto, da dove nasce questa variabilità, che cosa può e che cosa non può fare, la questione del sole e come si dosa.
È il grasso estratto dai semi dell’albero del karité, che cresce spontaneo nella fascia di savana subito a sud del Sahara, dal Senegal all’Uganda. A temperatura ambiente è solido, e questo lo distingue dagli oli vegetali.
Cercando informazioni incontrerai due nomi, e indicano lo stesso albero. La letteratura botanica chiama la pianta Vitellaria paradoxa, della famiglia delle Sapotacee; l’industria cosmetica usa Butyrospermum parkii, ed è quello che finisce in etichetta.
Sulla confezione compare come Butyrospermum Parkii Butter, con il numero CAS 68920-03-6; Butyrospermum Parkii Oil è la frazione liquida dello stesso grasso. L’elenco degli ingredienti segue regole precise di ordine e nomenclatura, ed è obbligatorio per il Regolamento (CE) 1223/2009.
Vale la pena sapere quanto è diffuso: nella valutazione di sicurezza che il Cosmetic Ingredient Review ha dedicato a 244 grassi vegetali, il burro di karité è quello con il maggior numero di impieghi dichiarati, 1.950, di cui 1.680 in prodotti che restano sulla pelle.
Il karité è fatto quasi tutto di trigliceridi, e due acidi grassi ne dominano il profilo.
Acido stearico: saturo. È il responsabile della consistenza solida.
Acido oleico: monoinsaturo. È quello che rende il burro morbido e spalmabile.
Frazione insaponificabile: la parte che non si trasforma in sapone a contatto con gli alcali, e su questo ingrediente è insolitamente abbondante.
I trigliceridi principali sono quelli che combinano stearico e oleico sulla stessa molecola, e sono anche quelli che fondono a temperatura più alta: è la ragione per cui il karité resta solido come un burro anziché colare come un olio.
È il dato che distingue il karité dagli altri grassi vegetali. In un olio vegetale comune la parte insaponificabile si ferma intorno all’uno per cento; nel karité arriva molto più in alto, e al suo interno gli alcoli triterpenici occupano una quota ampia: alfa-amirina, beta-amirina, lupeolo e butirrospermolo. È anche la parte più fragile, e torna utile più avanti.
Le opinioni sul burro di karité si contraddicono spesso perché chi le scrive descrive il barattolo che ha in mano, e il grasso cambia con la provenienza dei semi.
Uno studio pubblicato sul Journal of Oleo Science ha misurato 36 campioni di karité da sette paesi africani, dalla Costa d’Avorio all’Uganda. I risultati descrivono una famiglia di materiali sotto un nome solo:
Gli intervalli si sovrappongono. Un campione può avere più stearico che oleico e il suo vicino il contrario: il primo sarà duro e ceroso, il secondo morbido e untuoso, ed entrambi sono burro di karité puro al cento per cento.
La variazione non è nemmeno casuale. Gli autori hanno trovato che le provenienze dell’Africa occidentale sono in genere più ricche di acido stearico e di alcoli triterpenici, e che entrambi i valori sono correlati alla latitudine e all’altitudine del luogo di raccolta: dove la temperatura ambientale è più alta, quei contenuti sono più alti.
Da qui una conseguenza pratica. In un cosmetico costruito bene la materia prima arriva con una specifica, e la variabilità è un problema di chi formula. In un barattolo venduto online come burro di karité puro africano quella specifica non c’è: «puro» dice che cosa non è stato aggiunto, «africano» nomina un continente intero, e la differenza fra due acquisti resta a carico di chi lo usa.
Il karité ammorbidisce lo strato più esterno e lascia sulla pelle un velo continuo di grassi che rallenta l’evaporazione dell’acqua e attenua l’attrito. In una routine per pelle secca un grasso di questo tipo si applica dopo gli umettanti, che richiamano l’acqua: il karité non porta acqua, trattiene quella che c’è.
Un olio vegetale come quello di mandorle dolci è liquido e si distribuisce da solo; un burro è solido, va sciolto fra i polpastrelli e lascia una sensazione più corposa. A cambiare è la quota di acidi grassi saturi, e con essa il modo di applicarlo.
Al karité viene attribuita spesso una capacità di protezione solare. Le misure restituiscono un quadro più sfumato.
Nel 2020 il Journal of Cosmetic Dermatology ha pubblicato due lavori su formulazioni fotoprotettive che contenevano karité. Nel primo il karité al 15 per cento è stato aggiunto a un rossetto che conteneva già due filtri solari: il fattore di protezione misurato su quella formulazione è risultato più alto del 35 per cento, ed è migliorata la stabilità alla luce di uno dei filtri. Nel secondo, su dodici formulazioni con un disegno sperimentale, gli autori scrivono che il karité non ha avuto alcuna influenza su quel parametro.
Due risultati che non concordano, e a contare è il dettaglio che li accomuna: in tutti e due i casi la protezione veniva dai filtri solari veri presenti in formula, il biossido di titanio e l’etilesil metossicinnamato. Il karité era un coadiuvante, e nemmeno costantemente.
C’è poi un dato utile, e vale la pena dire di che tipo è: il Cosmetic Ingredient Review ha esaminato il potenziale fototossico del karité in studi su animali, e non è risultato fototossico. Verifiche dirette sull’uomo non risultano, quindi nulla indica che renda la pelle più reattiva alla luce.
La conclusione sta in mezzo. Il karité non aumenta la sensibilità al sole e non protegge dal sole. Non va usato come protezione solare, che è un prodotto con un fattore dichiarato e misurato secondo un metodo preciso, e non va steso sopra un solare per rinforzarlo.
Il karité non raffinato ha un odore caratteristico e un colore fra l’avorio e il beige, e conserva la frazione insaponificabile per intero. La raffinazione porta via odore e colore, e con essi una parte di quella frazione.
Se ne ricava un criterio più che un verdetto. In un burro da usare puro il grezzo ha senso, perché la parte interessante resta dov’è. In una formula profumata e stabile il raffinato è spesso la scelta obbligata.
La tolleranza del burro di karité dipende dalla quantità che se ne usa e dal prodotto in cui si trova, e cambia da una pelle all’altra.
Nel 2024 il Cosmetic Ingredient Review ha pubblicato una valutazione dedicata a tredici ingredienti derivati dal karité: sono sicuri alle concentrazioni d’uso attuali, a condizione che la formulazione sia realizzata in modo da non essere sensibilizzante. Quella condizione finale è parte della conclusione, e fermarsi alla parola «sicuri» la tradirebbe.
Sul fronte dei pori una risposta netta non esiste. Su un grasso solido la domanda arriva da sé, e nella valutazione del 2017 il dato di comedogenicità compare solo per alcuni degli oli esaminati, fra i quali il karité non rientra. Una scala ufficiale non esiste per nessun ingrediente, e i numeri delle tabelle online non escono da un metodo riconosciuto, come già visto a proposito di glicerina e pori. Su una pelle che si congestiona facilmente resta la prova diretta: quantità minima per qualche giorno.
Come su qualunque materia prima vegetale restano possibili le reazioni da contatto. Prima che un prodotto nuovo arrivi sul viso conviene provarne poco su un punto dell’avambraccio e aspettare un giorno intero. Il compito di quella prova finisce lì: per capire se all’origine di un rossore c’è un’allergia da contatto serve un patch test, che il dermatologo o l’allergologo esegue e interpreta.
Tre regole, valide per il burro puro.
Dentro una formula il discorso cambia: il karité è dosato, accompagnato da acqua e umettanti, e la consistenza la decide chi ha costruito il prodotto.
Un materiale che cambia così tanto da un raccolto all’altro è il motivo per cui, nella nostra linea, il karité non compare mai da solo: quale karité usare, in che quantità e accanto a che cosa sono scelte che facciamo in formula. Dei nostri cinque trattamenti viso lo contengono in tre: il Latte Detergente Restitutivo, la Crema Viso Azione Globale e il Contorno Occhi Delicato. Non è nella Lozione Tonificante Rigenerante né nel Siero Viso Azione Globale, che sono costruiti su altri attivi.
In tutti e tre porta le stesse proprietà: idratanti, nutrienti, lenitive, emollienti ed elasticizzanti, con la capacità di rendere la pelle elastica e tonica e di lasciare in superficie un film lipidico che rallenta l’evaporazione dell’acqua e attenua l’attrito. La caratteristica che lo rende così particolare è proprio l’elevato contenuto in sostanze insaponificabili descritto più sopra.
Deterge e porta via il make-up lasciando al suo posto il film idrolipidico che protegge la superficie. Si massaggia con i polpastrelli o con un dischetto di cotone su viso e collo, poi si sciacqua con acqua, ed è in questo passaggio che il karité lavora accanto al burro di albicocca e al succo fresco d’aloe vera. Formato 200 ml, per tutti i tipi di pelle.
Un concentrato di attivi naturali rari e preziosi che coadiuvano la normale rigenerazione cutanea, con idratazione intensa, nuovo turgore e rughe visibilmente attenuate. Qui il karité è la componente che dà corpo alla texture, accanto all’acido ialuronico a tre pesi molecolari e alla vitamina E. Formato 50 ml. Vedi anche come si sceglie una crema viso antirughe.
Nel contorno occhi il karité accompagna l’olio di jojoba, il collagene e l’elastina sulla pelle più sottile del viso, dove un film emolliente si avverte con particolare chiarezza, e la quantità la decide il prodotto. Formato 15 ml.
Il burro di karité è un emolliente vegetale solido, dominato da acido stearico e acido oleico, che lascia sulla pelle un film capace di rallentare l’evaporazione dell’acqua. La sua caratteristica distintiva è la frazione insaponificabile, molto più abbondante che negli altri grassi vegetali e ricca di alcoli triterpenici. Su 36 campioni da sette paesi africani lo stearico varia dal 28 al 56 per cento e l’insaponificabile dal 2 al 12: sotto lo stesso nome possono esserci materiali diversi. Non è un filtro solare, non rende la pelle più sensibile alla luce, e la quantità resta la variabile che decide di più.
A cura della Dott.ssa Emanuela Silvi, Founder di Eligenda Roma.
A cosa serve il burro di karité sul viso? Serve a nutrire la pelle e a lasciare in superficie un film di grassi che rallenta l’evaporazione dell’acqua e attenua l’attrito. È un emolliente solido dominato da acido stearico e acido oleico. Non porta acqua alla pelle: trattiene quella già presente, e per questo rende di più dopo un prodotto che contiene acqua.
Quali sono le controindicazioni del burro di karité? Nel 2024 il Cosmetic Ingredient Review ha concluso che gli ingredienti derivati dal karité sono sicuri alle concentrazioni d’uso attuali, a condizione che la formulazione sia realizzata in modo da non essere sensibilizzante. Restano possibili le reazioni da contatto: se ne prova poco sull’avambraccio e si aspetta un giorno. Un rossore che persiste si porta dal dermatologo, che con un patch test può stabilirne l’origine.
Il burro di karité protegge dal sole? No. Nei due studi disponibili su formulazioni fotoprotettive la protezione veniva dai filtri solari veri presenti in formula, e i due lavori non concordano nemmeno sul contributo del karité. Il burro di karité non è risultato fototossico, quindi non aumenta la sensibilità alla luce. Come protezione solare però non va usato.
Il burro di karité è comedogeno? Nel rapporto del Cosmetic Ingredient Review sui 244 grassi vegetali il karité è quello con il maggior numero di impieghi dichiarati, eppure un esito di comedogenicità per questo ingrediente non compare: quelli riportati riguardano altri grassi del gruppo. Una scala ufficiale non esiste, e i numeri delle tabelle online non la sostituiscono. Se la pelle si congestiona facilmente, la prova si fa con una quantità grande come un chicco di riso.
Il burro di karité va bene per il contorno occhi? Sì, purché la mano resti leggera: lì la pelle è la più sottile del viso, e un prodotto corposo applicato in eccesso la tira. Del burro puro ne basta pochissimo, sciolto fra i polpastrelli e picchiettato senza trascinare, a distanza dal bordo della palpebra. Nel nostro Contorno Occhi Delicato il karité è già dosato in formula con l’olio di jojoba.
Che differenza c’è fra burro di karité grezzo e raffinato? Il grezzo conserva l’odore, il colore e la frazione insaponificabile per intero. La raffinazione toglie odore e colore, e con essi una parte di quella frazione. Per un uso puro il grezzo ha senso; in una formula profumata e stabile il raffinato è spesso la scelta obbligata.
Perché il mio burro di karité è diverso dal precedente? Perché la composizione dipende molto dalla provenienza. Su 36 campioni da sette paesi africani l’acido stearico varia dal 28 al 56 per cento e la frazione insaponificabile dal 2 al 12. Due burri puri possono quindi essere uno duro e ceroso e l’altro morbido e untuoso.
In quali prodotti Eligenda Roma c’è il burro di karité? È in tre dei nostri cinque trattamenti viso: il Latte Detergente Restitutivo da 200 ml, la Crema Viso Azione Globale da 50 ml e il Contorno Occhi Delicato da 15 ml. Non è presente nella Lozione Tonificante Rigenerante né nel Siero Viso Azione Globale. In etichetta la voce da cercare è Butyrospermum Parkii Butter.
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